Fragilità esposte

Quando raggiungo apici di felicità elevata e prolungata, subito sento la tristezza farsi avanti come una marea lenta. Una marea che sa prendere il controllo di tutto, che può devastare tutto. Non come uno tsunami che viaggia a svariati chilometri al secondo, ma come una paludosa fanghiglia che si muove silente, un mostro interiore che mi annebbia il sorriso. Da sempre.
Ho così imparato a domarla.
Non le lascio più invadere il campo.
Ho imparato ad ignorarla. 
Alle volte però non basta.
Allora mi concentro su ciò che mi rende felice in quel periodo.
Alle volte non basta neppure quello.
La mia ultima risorsa prima dei medicinali è “La ragazza interrotta”.
Leggere Susanna Kaysen mi riporta allo stato di chiarezza. Vedo perfettamente dentro di me, riesco perfino a capire come contrattaccare la negatività. Più alta è la gioia, più profondo è il male che lo vuole distruggere; è come se la mia mente si impedisse squilibri da una parte o dall’altra.
Potrebbe sembrare una fortuna. Mai troppo esalatati, mai troppo depressi.
E invece è una condanna cercare di arrivare a compromessi con l’ago della bilancia che vuole puntare perpetuamente all’equilibrio perfetto. Allo zero assoluto.
Perché nell’equilibrio perfetto non c’è peso: c’è solo il non sentire nulla. E non è una fortuna.
Ecco il mio girone dantesco in terra. Mettere e togliere pesi sui due piatti della bilancia delle emozioni. Sono vittima di Osiride e di Maat, dea egiziana dell’ordine cosmico.

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